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Referendum: “Maneggiare con cura”

19 luglio 2012

Pubblicato in: Comunicati

Nella storia politica del nostro Paese i referendum hanno rappresentato senza dubbio fattori determinanti nello sviluppo di importanti processi di cambiamento sociale politico e istituzionale. I referendum elettorali del 1991 e del 1993 hanno segnato, insieme alle inchieste di Tangentopoli, la fine della cosiddetta "Prima Repubblica". Il principale strumento di partecipazione popolare e di democrazia diretta pensato dai padri costituenti assume un ruolo fondamentale nei momenti di crisi del sistema politico. In questo momento storico, così simile ai primi anni '90, i referendum possono tornare ad essere quel "pungolo" così necessario a cospetto dell'immobilismo delle istituzioni. La politica e i partiti non dovrebbero aver paura dei referendum ma, al contrario, assecondarli, così come hanno fatto dalle forze di centrosinistra l'anno scorso in occasione dei referendum per l'acqua pubblica, contro il ritorno al nucleare e contro la legge sul legittimo impedimento delle alte cariche dello Stato. Tuttavia lo strumento referendario è così prezioso da meritare una cura speciale da parte di chi si fa comitato promotore, alimentando le aspettative dei cittadini. L'iniziativa "anticasta", almeno stando alle informazioni riportate dal sito internet di Unione popolare, movimento non bene identificato di promozione del quesito, non pare avere come requisito quello della serietà. Le difficoltà che i cittadini stanno riscontrando nel trovare i moduli per la sottoscrizione della proposta sono solo l'aspetto più superficiale della "faciloneria" con cui il referendum è stato confezionato. Si consideri che secondo l'art. 31 della legge 352/1970, non è possibile depositare una richiesta di referendum nei dodici mesi precedenti alle elezioni politiche. Le firme potranno essere depositate solo a gennaio 2013 e il referendum si terrebbe, nella migliore delle ipotesi, nella primavera 2014. Sia chiaro la diaria dei parlamentari, così come è concepita, senza distinzioni tra chi risiede a Roma e chi invece raggiunge la capitale dai più remoti angoli d'Italia e ogni settimana torna a casa, non ha motivo di esistere e rappresenta uno dei tanti, ormai insopportabili, privilegi della "casta". Tuttavia l'abrogazione tout court dell'art. 2 della 1261 del 1965 con tutta probabilità è destinata a scontrarsi con il sindacato di ammissibilità della Corte Costituzionale. I referendum infatti sono sottoposti ad una serie di limiti di doppia natura: quegli espliciti, indicati dall'art. 75 della Costituzione e quegli impliciti, di ordine logico sistematico, stratificatisi intorno alla giurisprudenza della Corte. Tra questi c'è il divieto di creare un vuoto normativo in una materia costituzionalmente vincolata, così come quella delle indennità, e per estensione della diaria, dei parlamentari.   In sintesi la proposta referendaria è tesa a sostituire una norma irragionevole con una norma altrettanto irragionevole, ovvero incapace di distinguere tra il parlamentare che soggiorna a Roma e colui che già vi risiede. Il rischio che l'entusiasmo proprio della fase di raccolta delle firme venga deluso per l'irresponsabilità di chi propone referendum senza curarsi della loro ammissibilità è altissimo. Gli effetti sulla fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni sarebbero nefasti. Il monito della Costituzione in materia referendaria è chiaro: "Maneggiare con cura". Tra l'inflazione referendaria di pannelliana memoria e i tre referendum grillini del 2008 sull'abolizione dell'ordine dei giornalisti e del finanziamento ai giornali (un miliardo di euro all'anno) e per l'abrogazione della legge Gasparri, evaporati come neve al sole, non si sa chi abbia fornito il servizio peggiore all'istituto referendario. La speranza è che si possano davvero rinnovare la politica e le istituzioni senza il bisogno di affidarsi a pifferai magici che, alzando il volume, ci illudono che la musica sia cambiata per poi lasciarci, al nostro risveglio, ancora una volta, in mutande.


Enzo Lattuca



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