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Intervento di Daniele Zoffoli nella Direzione Territoriale dell' 11 marzo

14 marzo 2013

Pubblicato in: Comunicati

Il risultato delle elezioni politiche è noto a tutti. La coalizione guidata da Pierluigi Bersani ha conseguito la maggioranza assoluta alla Camera, avendo ottenuto la percentuale maggiore di voti, e la maggioranza relativa al Senato, maggioranza insufficiente ad assicurare la governabilità del Paese e questo rappresenta il senso della nostra delusione e della sconfitta. Un risultato non positivo anche nella nostra Regione e nei nostri territori. Non è di nessuna consolazione dire che abbiamo tenuto meglio di altre regioni ed eleggendo per questo 28 Deputati alla Camera, cosa mai accaduta prima.
Il vero risultato è che il PD ha perso 3,5 milioni di voti, 6 milioni il PDL, 1,6 milioni la Lega e non pervenuto il risultato dell'UDC, deludente il risultato di Monti.
Ci sono stati 2,3 milioni di votanti in meno rispetto al 2008. 8,5 milioni di italiani hanno votato il Movimento 5 Stelle e il 40% degli elettori pare aver cambiato voto.
Non siamo riusciti, e dobbiamo ammetterlo con grande onestà, nell'obiettivo che ci eravamo prefissati: farci interpreti del cambiamento che l'elettorato a gran voce chiedeva. Questo nonostante al nostro interno il percorso di rinnovamento sia stato già avviato da tempo, non siamo purtroppo stati in grado di comunicarlo. Credo comunque che attribuire la non vittoria unicamente a problemi legati alla comunicazione, anche se questo ha inciso, ad una campagna elettorale fiacca e poco efficace, a messaggi non chiari e non trasmessi con forza, sia un'analisi insufficiente e che non ci porti da nessuna parti, anzi, al contrario, sia un modo sbrigativo per eludere una discussione vera e completa sui problemi del Paese e del partito.
Noi siamo stati identificati come il partito dei sacrifici, sacrifici che non hanno in nessun modo accompagnato la crescita e lo sviluppo del Paese. C'è un pezzo rilevante di società che ha peggiorato la propria qualità di vita e che non si è rivolta a noi.
Con la consapevolezza che con questo voto probabilmente finisce un mondo, è finito il novecento, cambia il modo di fare politica, è altrettanto vero che in questo momento quelli che avevano taciuto e ora dicono che avevano capito tutto si mostrano alquanto "superficiali".
Condivido pienamente in questo senso l'affermazione di Renzi: "nello zoo del PD ci sono già troppi tacchini sui tetti e troppi giaguari da smacchiare per permettersi gli sciacalli del giorno dopo".
Sono convinto che la nostra debolezza politica sia resa evidente dalla mancanza di solidarietà che sta emergendo in questa fase. Ad una parte importante d'italiani non interessa ora una nostra resa dei conti, ma è interessata a serie e concrete proposte.
Sette milioni di italiani sono in gravi difficoltà, il potere d'acquisto è diminuito del 5%, un giovane su quattro non studia né lavora (fonte ISTAT).
Adesso abbiamo la drammaticità dei problemi da affrontare e abbiamo una grande responsabilità: non è il tempo dei "se" - "Se avessimo fatto questo", "Se ci fosse stato quello". Tutti dobbiamo fare la nostra parte perché il tentativo di Bersani si realizzi.
Pensare a scenari diversi in questa fase rischierebbe di indebolire il tentativo stesso. E' giusta l'intenzione di rivolgersi al parlamento con le otto proposte votate all'unanimità dalla direzione del Partito nazionale, proposte mirate allo sviluppo, alla crescita, al cambiamento, proposte che se realizzate fra l'altro saprebbero rimuovere le barriere più solide che si frappongono fra istituzioni politiche e opinione pubblica.
Sono tutti punti del nostro programma che oltretutto sono compatibili con le richieste del Movimento 5 Stelle, cui dobbiamo rivolgerci come interlocutori responsabili, senza però doverli rincorrere. I grillini devono essere sfidati in mare aperto. Non credo sia possibile trovare un accordo con Grillo perché mentre noi intendiamo riformare il sistema, lui è contro il sistema, lo vuole demolire.
Abbiamo tutti la consapevolezza che il voto a Grillo abbia completamente sradicato qualsiasi appartenenza ideologica, culturale e sociale e direi anche famigliare. E' un voto che ha conquistato il consenso maggiore tra gli strati sociali più toccati dalla crisi: giovani, disoccupati, lavoratori autonomi e dipendenti.
Esiste una drammatica questione sociale che dobbiamo saper affrontare con coraggio, freschezza e novità, senza paura di dover percorrere sentieri nuovi. Faccio un esempio per essere chiaro: il finanziamento pubblico ai partiti. Bene fa il nostro partito ad essere aperto ad ogni soluzione. Io ero fra quelli che, convinto che comunque che fosse necessario ridurli e renderli trasparenti, sostenevano che fossero però necessari per la democrazia, perché la politica non deve ritornare ad essere un'occupazione dei ricchi, delle lobby, dei comitati d'affari. Alla luce però di tutto quanto di distorto è avvenuto in passato e che ci ha allontanato dai cittadini, oggi ho parecchi dubbi e perplessità a sostenere la necessità del finanziamento pubblico, pur essendone convinto idealmente.
In politica le azioni sbagliate e immorali, la non trasparenza, la continua autoreferenzialità portano con sé elementi devastanti, capaci di mettere a rischio il sistema stesso, di minare le fondamenta della nostra democrazia. Di questo ne dobbiamo essere consapevoli.
Dobbiamo dirci la verità. E' riduttivo e semplicistico affermare che sia Grillo a mettere a rischio la democrazia di questo Paese. La democrazia viene messa in pericolo da una politica senza morale, lontana dai cittadini, dall'incapacità di dare risposte vere e di fare riforme radicali e coraggiose, dall'ostinarsi a mantenere privilegi che contrastano con la drammatica situazione economica del Paese. Tutto questo alimenta quel populismo capace di sradicare anche le democrazie più forti se viene sottovalutato.
Si è letto anche di accordi possibili con il PDL e io credo che questo sia da escludere categoricamente, non tanto perché tali accordi distruggerebbero il nostro partito, ma perché tale strada certamente non porterebbe alla salvezza dell'Italia.
Voglio in questa mia analisi anche sottolineare la preoccupazione di come dalle urne sia emerso un voto antieuropeo. E' stato fatto credere che i problemi degli italiani derivino da un eccesso d'Europa, al contrario derivano dalla mancanza di un'Europa politica forte e decisa.
Dicevo prima che una storia è finita e che come partito dovremo anche guardarci dentro e capire quale strada prendere, consapevoli che dovremo scrivere una pagina di storia nuova. Penso che non si possano riproporre storie passate o recenti, ma serva un vero confronto, un confronto combattivo, capace di indicare, partendo dalle proposte e dai modelli organizzativi, quale direzione prendere. Aprire una nuova pagina in grado di appassionare un gran numero di italiani. Con questo rispondo anche a chi mi dice che la soluzione sia "via Bersani  e domattina l'incarico va dato a Renzi", e così abbiamo risolto il problema. Attenzione, il nostro compito ora è sostenere e aiutare Bersani, non "bruciando" Renzi. Dico questo perché chi avrà ruoli di massima responsabilità lo deve poter fare guidando un progetto che sente suo, in caso contrario credo che nulla cambierebbe.
Abbiamo tutti un grande desiderio di continuare ad appassionarci. Non dobbiamo aver paura di niente, i cambiamenti ci debbono motivare, dare forza e passione e proprio perché abbiamo radici forti non dobbiamo aver timore delle nuove sfide.
Ora dobbiamo preparare al meglio le prossime elezioni amministrative, senza dare per scontato nessun risultato. Il nostro impegno sarà quello di mettere a disposizione, utilizzando lo strumento delle primarie, i migliori candidati possibili, e le idee più moderne, innovative, capaci di tutelare la qualità di vita di un numero sempre maggiore di persone.
  Daniele Zoffoli
Segretario territoriale PD cesenate


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Commenti: 1
appunti intervento Arturo Zani in direzione
Riflessione sulle elezioni Direzione PD 11/3/2013


Due questioni mi paiono rilevanti. Guardando avanti, a noi e al paese

1) Dal voto esce prepotente la volontà di cambiamento.

In mezzo ad un brodo di populismo e anche di cultura reazionaria contro la politica e i partiti in quanto tali.
Ma esce forte la richiesta di cambiamento..

Noi non abbiamo saputo ascoltare e capire la profondità del malessere.

A febbraio ho fatto una decina di assemblee nelle aziende più importanti che seguo nel mio impegno di sindacalista (Amadori, Orogel, Apofruit)

Il clima era chiaro: fastidio, mi verrebbe da dire anche odio, non solo verso la casta, ma verso i partiti in quanto tali.
Sfiducia nella politica, rabbia verso tutti, malessere sociale profondo.

Avevo capito che il voto sarebbe stato un voto che urlava la protesta

2) la seconda questione: quello che mi è apparso subito evidente è stato che il voto dei lavoratori avrebbe abbandonato i partiti che si richiamano alla sinistra, perciò anche al nostro.

Ho ascoltato una drammatica distanza tra lavoro e politica. E non possiamo che fare un “mea culpa”

I lavoratori da tempo sono stati lasciati soli.
Nessuno, neanche noi, li sente più come riferimento sociale.

Basta guardare gli atti legislativi di questi ultimi anni, anche e soprattutto quelli del governo Monti, il peso del risanamento è stato caricato tutto sulle loro spalle.

E quelle spalle si sono piegate dalla fatica sociale e la schiena cede.

La sinistra è stata sorda alla loro sofferenza, anzi è parsa quella che ha avuto maggiori responsabilità su quelle scelte

La sinistra oggi non ha più un suo campo, un suo riferimento sociale. Non ha più riferimenti ideali forti. E’, direbbe Bauman, liquida.

Io credo che questo sia uno dei drammi del nostro paese. Quando si perdono i riferimenti e si diventa sempre più simili agli altri, il cittadino, quando va a votare, si sente libero da vincoli di appartenenza politica, ideale e valoriale. Perciò vota facendo altri ragionamenti.

Ora io non dico che dovremmo guardare all’800 e al 900 quando esistevano i partiti operai. La società è un’altra, la stratificazione sociale è un’altra. Lo sfruttamento è cambiato.

Ma, santo iddio, se non ritorniamo ad essere il partito del lavoro, di chi lavora, sia esso operaio, impiegato, insegnante; sia esso ricercatore, professionista, contadino, artigiano o commerciante; sia esso disoccupato o precario, che partito dobbiamo essere?

Quali interessi dobbiamo difendere? Da che parte dobbiamo stare?

Mi chiedo e vi chiedo:
se tutto deve essere compatibile e subordinato alle tendenze e agli interessi dell’economia e, peggio, della finanza,

se le dinamiche delle retribuzioni e delle norme che regolano il rapporto di lavoro devono essere subordinate al profitto, alle tendenze del mercato del lavoro, della competizione internazionale, agli andamenti del settore e al mantenimento della competitività aziendale,

allora è evidente che il valore del lavoro e la dignità dei lavoratori escono di scena, non contano più, tutto ruota attorno alle logiche egoiste di certa impresa e della finanza e gli operai diventano una variabile dipendente del profitto e della produzione: ritornano cioè ad essere solo merce.

Se queste due riflessioni sono giuste, come io credo, la conseguenza è una sola:
ripartire con coerenza in due direzioni:

Prima cosa, noi dobbiamo organizzare il nostro campo, quello del lavoro. E ripartire dal lavoro e dall’equità.

Il lavoro non è un fattore marginale della produzione, ne è il cuore.

Il lavoro non è un fattore marginale della vita delle persone. E delle famiglie.
Ne è la trama con la quale si organizza una gran parte della vita

Il fare, il saper fare, il capire, il pensare, l’inventare, il partecipare nel creare, è il senso della attività umana.

Mi piacerebbe che ripartissimo di qui, che il PD ricostruisse un campo nuovo fatto di valori forti, a cominciare dal lavoro, e dove l’uguaglianza, la libertà, la nonviolenza, i diritti, il sapere, l’amore per la terra, fossero i riferimenti coi quali declinare le politiche e le scelte future.

Mi piacerebbe che ci ponessimo ancora il tema dell’egemonia culturale e sociale, un’egemonia che deve essere libertaria.

Sapendo però che si può costruire solo facendo movimento, lotta, pensiero. E non con un atteggiamento di gestione pedissequa dell’esistente.

La seconda cosa è dare una sterzata radicale al nostro modo di essere. C’è stato un tempo nel quale si viveva l’orgoglio della diversità e dell’onestà.

Poi è venuto il tempo nel quale si è messo in discussione che la diversità fosse utile e positiva.
Si è pensato, al contrario, purtroppo, fosse un ostacolo all’approdo di governo.

Non mi è mai piaciuta quella fase, ho anche cercato di combatterla.
Spero che oggi siamo tutti convinti invece che è stato il grimaldello della nostra sconfitta?

Io voglio un partito diverso dagli altri. Vorrei che ricostruissimo una immagine di persone che con totale disinteresse si impegnano.

Che lo fanno per ideali, per senso civico e di servizio.

E’ una strada lunga, da percorrere con pazienza, perché tanti chilometri abbiamo fatto nel senso contrario. Ma da percorrere con convinzione e decisione.

E’ l’unico modo per tornare a far grande la politica.

Adesso si guardi con rispetto al voto di tutti, senza supponenza: ascolto, umiltà, radicalità.

Si, anche radicalità, perché questa ci manca da tempo.

Io sono sempre stato convinto che più si spegneva “il sol dell’avvenir”, più ci fosse bisogno che il partito avesse radicalità di contenuti e di comportamenti.

Non c’è più la rete di protezione dell’ideologia, proprio per quello, serve radicalità.

Chiudo sulla questione delle scelte di questi giorni.
Sono d’accordo con la proposta approvata in direzione.
Mettiamocela tutta per portare a casa il risultato.

Purtroppo non sono ottimista. Se poi Bersani dovesse trovare un muro invalicabile e rimettere il mandato al Presidente Napolitano, non ci devono essere subordinate e accordi con il PdL.

Può tentare un altro al posto di Bersani? Si può essere, ma con gli stessi obiettivi!

Chiudendo, se devo fare una critica, o autocritica, riguarda la scelta di non aver chiesto subito le elezioni dopo le dimissioni di Berlusconi.

E’ la sindrome della responsabilità che ci ha fregato. Come troppo spesso in questo trentennio è accaduto.

Adesso basta!
Il futuro del paese, per quello che ci riguarda, coincide con quello del PD.

Questo futuro non prevede accordi con il PdL.


Scritto da arturo zani in data 15 marzo 2013 alle 18:07



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